mercoledì 30 novembre 2011

Piccole spiagge abbandonate (28 marzo 2008)

Abbiamo avuto scosse di assestamento ed altre ne avremo. L'importante sarà non perdere l'appiglio alla zattera, e la volontà di non lasciarsi sommergere dai neri flutti delle condizioni esterne, francamente avverse.
 Mi chiedo se il nostro bene immenso basti. Tu credi che sia così oppure, come me, nel buio e nel silenzio della notte ti fai ghermire da mille dubbi e pensieri molesti?
 Ho voluto rivedere le foto del tuo bimbo. Adesso mi fanno meno male: ho accettato l'idea e mi dico che non ami sua madre, ma ami me.
Sia chiaro: la cosa che più vorrei al mondo sarebbe starti accanto, ma non mi metterò mai fra te e le persone alle quali sei comunque legato.
Ogni bambino ha bisogno dei suoi genitori, e deve bastarmi l'esempio di mio figlio, cresciuto in una famiglia scoppiata.
 Non voglio che bambino alcuno soffra quello che lui ha sofferto. Non a causa mia.
 Poi, come si dice, non mettiamo limiti "alla Provvidenza", anche se ho la presunzione di sapere come andrà a finire. Sai che cosa mi consola? Che non durerò tanto.

Ottomarzo: auguri

Di grandi delusioni, di piccoli uomini (7 marzo 2008)

Niente da dire, niente che vada oltre il detto e ridetto. Niente di nuovo. Mi lasci, mi prendi,  mi rilasci e mi riprendi. Sono una pallina di gomma e tu la mano che la scaraventa per terra, e la guarda rimbalzare quasi con una punta di sadismo. I miei errori li ho sempre pagati e continuo a farlo, i tuoi si son vestiti d'ineluttabilità e di doveri familiari.
Ma che palle, lasciamelo dire. Se fossi un'altra, quell'altra che sonnecchia, da qualche parte, dentro di me, ti assesterei un metaforico calcio nel sedere, e proseguirei, dritta, per la mia strada, dopo essermi scrollata un po' di polvere di dosso. Ma l'altra è in coma, a quanto pare, e per adesso non mi rimane altro che fare i conti con la "me" più debole e buona, quella che continua a dare a tutti un'altra possibilità.
Ma verrà il giorno in cui sarò finalmente stanca. E allora sarà festa.

Con gli occhi chiusi e il naso in cielo, di notte (1 marzo 2008)

Atmosfere rarefatte, all'alba di un giorno come gli altri (29 febbraio 2008)

Ho delle idee fisse. Magari sbagliate, ma sono i pensieri che, quando non diventano rovelli, mi danno una spinta ad andare avanti, ad alzarmi, al mattino. A volte perfino a fissarmi nello specchio, dicendo a me stessa che ho sbagliato tutto, e che sto continuando a farlo.
Ho ricevuto male, e male voglio rendere. Anche se quello avuto non è stato volontario. Anche se.
Devo tirarmi fuori da una palude senza senso che mi sta tirando sempre più giù. Lontano, via dal suo viso e dal ricordo di qualcosa che, in fondo, non ha più ragione di esistere. Anche perchè non esiste più, se non come simulacro di quello che è stato.
Non mi basta. Non voglio più vivere di briciole o ricordi. Non accetto un ruolo da comprimaria, peggio, da comparsa. Sono primadonna, e tale tornerò ad essere. Di sicuro altrove. Di sicuro con un altro. Al peggio da sola.
Ma non con lui, a nutrirmi di quello che, normalmente, si lascia sui davanzali, per i piccioni.
Non merito questo.

La luce bianca della luna sul volto di una borderline (22 febbraio 2008)

La luna incomincia a calare. Come il mese scorso. Come sempre. Qualcuno ha detto che il mio amore è una forma di ossessione. E il terrore folle di perdere lui per sempre, aggiungo io. Altrimenti che borderline sarei?
Tutti i giorni, e tutte le notti, quasi sempre insonni, faccio i conti con questo sentimento che mi frulla l'anima e la riduce in poltiglia.
Prendo il telecomando: mi trovo faccia a faccia con Gabriele La Porta.
Spengo e torno alla tastiera: meglio un po' di buona musica in sottofondo, almeno finchè decido di rimanere qui, a gironzolare per blog e siti vari.
Se, almeno, potessi chiudere gli occhi e riaprirli domattina, senza interruzioni o incubi, sarei già moderatamente paga.

Eutanasia di un amore? (20 febbraio 2008)

Il nostro amore è un malato terminale, ma non un malato di quelli che si conoscono poco e per i quali, tuttavia, si prova tanto dispiacere.
Il nostro amore è un moribondo carissimo che vorremmo far sopravvivere, alimentare, curare nonostante sappiamo che non ci sono speranze.
Anche lui, l'Amore, divenuto ormai soggetto corporeo, soffre le pene dell'inferno e sa che non durerà ancora a lungo.
Ma non vuole morire.
Soffre e, in silenzio, spera che un miracolo lo tenga in vita, che lo salvi, che gli restituisca anni di vita dignitosa, magari serena.
Sa che, morto lui, noi ci disperderemo lungo strade tracciate per noi da un Dio malevolo e bizzarro, in direzioni opposte.
Si potrebbe tentare una cura estrema e, forse, efficace, ma questa cura comporterebbe il sacrificio di altre vite.
Che fare?
Lasciarlo morire disperato o, con coraggio, somministrargli una dose letale di morfina?