Il nostro amore è un malato terminale, ma non un malato di quelli che si conoscono poco e per i quali, tuttavia, si prova tanto dispiacere.
Il nostro amore è un moribondo carissimo che vorremmo far sopravvivere, alimentare, curare nonostante sappiamo che non ci sono speranze.
Anche lui, l'Amore, divenuto ormai soggetto corporeo, soffre le pene dell'inferno e sa che non durerà ancora a lungo.
Ma non vuole morire.
Soffre e, in silenzio, spera che un miracolo lo tenga in vita, che lo salvi, che gli restituisca anni di vita dignitosa, magari serena.
Sa che, morto lui, noi ci disperderemo lungo strade tracciate per noi da un Dio malevolo e bizzarro, in direzioni opposte.
Si potrebbe tentare una cura estrema e, forse, efficace, ma questa cura comporterebbe il sacrificio di altre vite.
Che fare?
Lasciarlo morire disperato o, con coraggio, somministrargli una dose letale di morfina?
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